
Il Sundance Film Festival, in corso in Utah in questi giorni, è il paradiso degli indie di celluloide. In America la segmentazione del mercato del cinema tra mainstream e underground, tra cinema di Hollywood ed indipendenti, è sensibile e feconda. La libertà creativa si respira in ogni film. Nessuna sceneggiatura è scontata: il pubblico chiede un intrattenimento che sia fatto di alta qualità, di pensiero, di bellezza, talvolta anche di verità sociale.
Sundance è conosciuto per essere una creatura della indomita volontà di Robert Redford.
Quentin Tarantino («Le iene - Reservoir Dogs»), Paul Thomas Anderson («Boogey Nights»), Kevin Smith («Clerks»), Robert Rodriguez («El Mariachi») ed anche Steven Soderbergh, Darren Aronofsky, Edward Burns e Jim Jarmusch hanno iniziato passando di qui. Alcuni di loro ora girano kolossal globali negli studios di Los Angeles, altri hanno affinato la loro arte cinematografica per creare pellicole sempre più complesse e fascinose che invadono i cineclub di tutto il mondo.
A Salt Lake City mi ha colpito «Crash Reel», un documentario sulla storia di Kevin Pearce, grande snowboarder gravemente ferito durante un'acrobazia in allenamento. La storia umana di un giovane che passa dalla gloria sportiva al dolore e al disorientamento, fino a una nuova maturità esistenziale. Bello il parallelo con la vicenda umana di suo fratello David, lucido e intelligentissimo ragazzo down che nelle vicende del fratello trova ragioni per accettare la sua condizione.
Ma c’erano molti altri film di cui molto si è parlato. «Don Jon’s Addiction», l’esordio alla regia dell’attore di Joseph Gordon-Levitt, uno dei giovani attori americani più estrosi al momento, ha generato lunghissime code per i biglietti: dicono che il pubblico abbia sentito che vi sono le scene più “bollenti” mai viste al Sundance, protagonista anche Scarlet Johansson, la ragazzina di «Lost in Translation».
Si sprecano i titoli da vedere: «Stoker», del coreano di «Old Boy» Park Chan-Wook, «jOBS» biopic sul compianto dominus di Apple interpretato da Ashton Kutcher, «Sound City» che documenta la musica degli ultimi 40 anni vista dal vecchio componente dei Nirvana Dave Grohl.
Insomma qualità costante, e davvero varia, eterogenea, imprevedibile.
In questa edizione 2013 c’è spazio anche per gli italiani: il regista Giorgio Diritti ha presentato una storia a base di Indios («Un giorno devi andare»), mentre la cilena Alicia invece arriva con «Il futuro», una produzione italiana che è un adattamento da un libro del grande romanziere Roberto Bolaño.
Devo però dire che il film da vedere, per me che sono ora cittadino di San Francisco, è «The Big Sur», tratto dalle pagine di Jack Kerouac. Le meraviglie del creato intorno alla città californiana, i panorami mozzafiato tra boschi, scogliere e cieli tersi e infiniti, sono immortalate con potenza visionaria. E poi, a fianco al protagonista Kerouac interpretato da Jean Marc Barr, c’è l’attore di «E.R.» Anthony Edwards, calato nella parte del grande Lawrence Ferlinghetti. Il quale è uno dei massimi custodi dell’italianità nella città sulla Baia.


